I due mori

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Fabio e Matteo sanno come fare e quando farlo. Prima uno e poi l’altro, banalmente per motivi legati all’anagrafe. Tra un titolo di Montecarlo centrato, Fognini, e un torneo di Wimbledon lisciato, Berrettini. Lontani, per tennis e modo di fare, ma uniti da un filo mica tanto sottile fatto di qualità e grinta. Tutti e due mori, tutti e due decisamente cool, tutti e due irrimediabilmente capaci di venire bene nelle foto, più per natura che per vezzo. Tennisti da copertina patinata, ammirati e temuti in giro per il circuito, potenzialmente capaci di completarsi a vicenda fino a generare, se sovrapposti, il prototipo del tennista ideale: il dritto di Matteo e il rovescio di Fabio, per dire. Ma anche la stazza del primo e le gambe del secondo, questione di pesantezza di palla e rapidità negli spostamenti. Sempre una somma, mai una sottrazione. Sono loro, tra i nostri rappresentanti contemporanei - con l’aggiunta di quel fenomeno brucia-tappe di Sinner – i giocatori più spendibili nei turni scottanti dei tornei principali, quando le partite diventano deluxe e la questione per davvero si fa dura. I Fognettini, qui riassunti in una crasi così così, hanno portato l’Italia “lassù sopra”, così in alto che la lingua italiana nel raccontarli finisce per storpiarsi da sola: colpa/merito di Fognini, titolo sulla terra dei Prìncipi, colpa/merito di Berrettini, quasi titolo sull’erba della Regina. Agenti da missione segreta, con licenza di colpire forte forte, capaci alle volte di generare un casino persino regale. Entrambi consapevoli che a poter risorgere è solo chi cade. Loro due in questo senso ne sanno qualcosa, tra infortuni e scivolate di stile. Cose che riguardano tutti e rendono umani, fanno parte del gioco e del cammino. Molto oltre il campo da gioco. Uno lotta con la fascetta in testa, l’altro si batte col cappellino all’indietro; uno si esibisce con gli scaldamuscoli sotto i pantaloncini, l’altro scende in campo con i tutori sopra i calzini. Tutti gli anni passando da Roma danno il via all’estatUe romana, pardon estate. Con il gioco di parole che irrimediabilmente rimanda alla poesia del campo Pietrangeli, a quanto sei bella Roma, a quand’è sera, a quei pini che la vita non spezza. Tutto dentro un “dimmi cos’è”, un po’ rivisto, che ci fa sentire amici, amici tennisti, tutti gli anni quando s’avvicina maggio. Aspettando senza stancarci che qualcuno, meglio se nato dalle nostre parti, decida di essere sul serio adatto a farsi Re. Come Panatta, per intenderci, in quel lontano ’76. Un sogno sempre più “sognabile”, lecito da farsi, man mano che gli italiani da azzurri si trasformano in azzurri sempre più forti. Guardando con fiducia massima ai tennisti “next”, cioè al futuro, senza dimenticarci di quelli “current”. Gente che per portarci fin qui è passata da Montecarlo, prima, e poi da Wimbledon. Facendo notizia. E lasciando impronte destinate a non andare via. Due calchi sulla passeggiata dei fenomeni: il primo firmata Fabio, il secondo griffato Matteo.