Djoko, partita, incontro

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120

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Djokovic è diabolico e magico, al pari di quel suo rovescio da diario della racchetta. Un colpo eseguito con presa rigorosamente doppia, nel senso di bimane, supportato da un segreto solo in apparenza banale: la completa convergenza di sensazioni tra il braccio destro, il favorito, e quello sinistro. Nole è un tipo che sulla palla ci arriva per definizione, sempre e dappertutto, tanto che le sue mani a contarle bene paiono addirittura tre: una dedicata al dritto, le altre riservate al celebre backhand. Al pari dei funamboli scalzi è capace di trovare l’equilibrio in qualsiasi situazione: sarebbe in grado di muoversi sopra corde flessibili appese nel cielo, da qui a lì, e se il regolamento lo consentisse giocherebbe persino sopra un campo pieno d’acqua. Sempre pronto alla battaglia, compresa quella navale. Surfando, ginocchia basse, per colpire in controbalzo tra uno schizzo e l’altro. Il draghetto spocchioso non conosce atteggiamenti di tipo passivo e prima di colpire piegando i polsi abbassa la testa della racchetta allo scopo di favorire lo spin: ecco l’origine dei lungolinea che rendono cenere e delle soluzioni più strette che slacciano le scarpe. Non è bello come Federer e non è genuino come Nadal, ma in carriera si è permesso di batterli più volte di quanto loro abbiano fatto con lui. Il tennista chewing gum, esile come la gomma del ponte – zero massa grassa – spara oltre la rete Big Babol impastate di giallo. Palle, non palloncini, impattate così bene che non fanno rumore. Chi ha provato a masticarlo lo ha fatto senza successo tanto che la sua presunzione di imbattibilità, alla lunga, l’ha mandato di traverso ai follower del tennis. Difficile rilevare su di lui un plebiscito di “mi piace”. Molto più successo, al contrario, ha riscosso quel suo rovescio eseguito dopo aver calcolato al millimetro la distanza tra corpo e palla e sostenuto da un braccio sinistro che andando in completa estensione genera l’accelerazione di una fionda. Ecco perché Nole, dotato di sensori high-tech, spacca i vetri con la precisione di un allegro chirurgo dagli occhi spiritati. Si tratta di un backhand di terza generazione, ultimo aggiornamento di un’app pionieristica lanciata da Borg e già rivisitata da Agassi. Stravagante no, perché ormai lo giocano quasi tutti, stra-vincente sì, perché Djokovic lo fa molto meglio degli altri. Aggiungendo alla tecnica quelle doti di allungamento che lo rendono lontano parente di Dhalsim, personaggio immaginario di quel videogioco mitico che è stato Street Fighter. Teletrasportandosi da una parte all’altra del campo, e dello schermo, Djokovic ha finito per portare in paradiso la classe dei tennisti operai. Soprattutto grazie al left side di quella sua luna ogni tanto persino storta.