Donne, è arrivato l'arrotino

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Ha stravolto la modalità classica di impugnare la racchetta e indirizzato alcune generazioni di giovani tennis. Ma il dritto di Nadal, per angoli pescati e giri prodotti, rimane impossibile da riprodurre. Così unico da meritarsi un nome: uncino. Anche se qualcuno continua a chiamarlo gancio. In ogni caso sputa fuori la palla come fosse una piuma finita nel ventilatore. Non solo: il rimbalzo prodotto equivale a un salto moltiplicato dai tappeti elastici. E quando tocca terra spedisce quell’altro chissà dove. Se la televisione lascia intuire l’intensità di Rafa, vederlo dal vivo fa letteralmente impressione. Dalle sue corde esce un frastuono, qualcosa di diverso da un consueto rumore di tennis. E spaventa la sua capacità di dominare lo spazio: Nadal divora il campo, passo dopo passo. Tanto che il parallelo con i personaggi dei fumetti viene automatico: Rafa è il perfetto incrocio tra Braccio di Ferro e Venom, trasferiti su 24 metri di campo preferibilmente rosso. La terra battuta è il suo elemento naturale. Quando i tornei si trasferiscono sul mattone tritato l’intera schiera dei suoi competitor fa bene a mettersi l’anima in pace. Non ce n’è. L’altro elemento è l’aria, che prende a mo’ di onda - più che bucarla - con il suo drittone. Sarà che viene dal mare, sarà che non gli manca confidenza con gli ami da pesca, ricurvi pure loro. Il resto, o molto del resto, lo fa l’inclinazione naturale a spremersi il cuore con le mani. Nadal è nato per fare battaglia, nella storia non c’è stato gladiatore più grande. È il bello di questa bestia che nel corso della carriera più volte ha riscritto il concetto di immortalità tennistica, spostando l’asticella parecchio più su anche rispetto ai grandi fighter. Nadal ha brevettato un colpo che sulla Terra non era ancora apparso. Rotazione e rivoluzione attorno a se stesso e all’asse del tennis. Questioni responsabili dell’alternarsi tra giorno e notte, ma non nel caso di Nadal. Perché la stagione delle sue vittore, al netto degli infortuni, pare proprio non girare mai. Un’estate perenne fatta di canotte e bicipiti pompati, dritti cafonal e spin esasperati. Con il muso da indiano e la presa a metà tra western e semi western, come nei film di Sergio Leone. Quella dello spagnolo è una continua sfida alla biomeccanica: se la scuola insegna il finale a tergicristallo, lui ha deciso di spezzarlo. La testa della racchetta corre in verticale e strappa verso l’alto, facendo girare la palla come un soffione impazzito che disperde i suoi acheni. Con tutto ciò che di buono porta e di cattivo comporta, soprattutto per quanto riguarda l’usura delle articolazioni. È arrivato fino a qui questo Marlon Brando coi pantaloni sotto al ginocchio: un po’ Fronte del Porto - quello di Manacor - molto Ultimo tango a Parigi. Con la regola che rimane la stessa: vietato chiedersi se il Roland Garros appena vinto possa sul serio essere l’ultimo.