Sinner city

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Prima o poi al tennis mancheranno i supereroi. Federer, Nadal e Djokovic – a ognuno il proprio ordine – sono immortali ma non eterni. Sarà un tennis orfano al cubo ma popolato da profili freschi e resistenti. Ragazzi in grado di ungere il meccanismo della transizione fino a trasformarsi nei pilastri di un domani, si spera, comunque interessante. Tra i protagonisti del cambiamento c’è Jannik Sinner, spilungone di fisico e arancione di capelli, sceso dalle montagne per dare al tennis ciò che al tennis serviva: luce, speranza, solidità. Prospettiva, in sostanza. Cosa conta per lui? Il tennis. Cosa serve di più? La mente. Ha sempre mostrato un’innata propensione per il gioco offensivo, persino da piccolino: colpi vincenti anziché pallonetti, il piano di chiudere lo scambio non quello di allungarlo. Gli inizi, vittorie e sconfitte, la classifica da scalare, l’esperienza nei tornei minori, le prime soddisfazioni in quelli importanti. Sempre meglio, sempre di più. Tutto di corsa, tutto tanto, tutto normalmente stupefacente. Nel senso che da uno così forte e così centrato certe cose te le aspetti. Una presenza discreta ma evidente. Vuoi per la sua altezza, vuoi per quel casco arrugginito di capelli posizionato a mo’ di nuvola disordinata. Virato arancio, nei giorni di sole come un vecchio poster di Indiana Jones. Quando fa il suo ingresso, che l’ambiente sia al chiuso oppure all’aperto, non puoi evitare di notarlo. Si staglia, occupa nettamente lo spazio attorno a sé.